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GRETA, LA NUOVA PALADINA DELL’AMBIENTE, E LA SOLITA MANIPOLAZIONE MEDIATICA DELLE MASSE

GRETA, LA NUOVA PALADINA DELL’AMBIENTE, E LA SOLITA MANIPOLAZIONE MEDIATICA DELLE MASSE

Da un po’ di tempo abbiamo la nuova star mediatica dell’ambientalismo: Greta Thunberg. E’ questo il nome della ragazzina svedese balzata agli onori delle cronache e sbandierata come nuova paladina dell’ambiente.

Ora, chiunque conosce anche solo minimamente i principi della manipolazione mediatica, sa benissimo che quando i media mainstream parlano insistentemente di qualcuno o qualcosa (in particolare di qualcuno o qualcosa che fa la cosa giusta, cioè politicamente corretta), la prima cosa che si deve fare è drizzare le orecchie e pensar male. Ci si prende non spesso ma sempre.

Mi sono fatto una domanda molto semplice: ma se le mie figlie (o qualunque altro ragazzino) fossero andate davanti al parlamento italiano, anche per una causa straordinariamente giusta (che, per essere chiari, non è quella della bufala del riscaldamento globale), avrebbero ottenuto la stessa attenzione da parte dei media? La risposta è un inequivocabile NO. La domanda successiva è dunque: perché Greta Thunberg invece sì? Perché viene invitata al vertice sul clima delle Nazioni Unite e al World Economic Forum di Davos (controllato dai Rotschild)? Perché si prostrano ai suoi piedi alcuni tra i peggiori personaggi in circolazione (Jean-Claude Junker, tanto per fare un nome, che le fa il baciamano in una sarabanda di flash impazziti) responsabili di decisioni che costano sofferenza a milioni di persone, o altri personaggi (Mattarella) impalpabili ma comunque servi del potere? Perché, addirittura e soprattutto, e questa è la goccia che ha fatto traboccare il mio personale vaso di sopportazione, viene candidata al Premio Nobel (una mossa in piena linea con il Nobel ad Obama dieci anni fa. Magari si potrebbe dare postumo a Chico Mendes che infatti, poiché era un ambientalista vero, è stato assassinato)?

Nessun adolescente al mondo (ed è pieno di adolescenti impegnati in cause importanti. Sono tutti sconosciuti) sarebbe mai riuscito ad assurgere alla popolarità di questa ragazzina, e questo, evidentemente, perché a qualcuno faceva comodo che la Thunberg diventasse una star, con ciò in grado di manipolare (a sua insaputa, non abbiamo dubbi su questo) la coscienza ma soprattutto la mente di milioni e milioni di persone.

Nessuno di noi può sapere se Greta Thunberg sia stata una invenzione di marketing sin dall’inizio oppure se sia stata “sfruttata” in tal senso quando aveva già iniziato i suoi scioperi per il clima? Io propendo per la seconda ipotesi ma questo non è comunque decisivo.

La domanda fondamentale da porsi è: come è possibile che una sconosciuta ragazzina sia stata fatta diventare dal nulla un simbolo dell’ambientalismo (sia chiaro, dell’ambientalismo politicamente corretto, perché l’ambientalismo vero è un’altra cosa), capace di toccare il cuore di milioni di persone e di coinvolgere nella cosiddetta lotta per il clima milioni e milioni di suoi coetanei?

LA COSTRUZIONE DI UNA STAR

Vediamo dunque di vederci un po’ più chiaro. Da agosto 2018 la ragazza sciopera da scuola ogni venerdì mattina piazzandosi davanti al parlamento svedese con il suo bel cartello “sciopero scolastico per il clima”. E fin qui, nulla di male.

Scavando appena sotto la superficie si scopre che l’idea dello sciopero non è sua ma di un esperto di marketing pubblicitario (tale Ingmar Rentzhog) al fine di creare rumore e pubblicità gratuita per il lancio del libro della madre della ragazza, la famosa (nel suo paese) cantante d’opera Malena Ernman. Parrebbe dunque che, quantomeno inizialmente, gli scioperi per il clima della piccola Greta fossero semplicemente una trovata pubblicitaria per il lancio del libro della madre. E anche, tutto sommato, la cosa può starci. C’è di ben peggio. Non ci scandalizziamo di certo per questo.

Ma poi ad un certo punto, improvvisamente, tutti i media si interessano di lei, facendola diventare una vera e propria stella capace di rifulgere di luce propria (si fa per dire, perché i flash e l’attenzione mediatica li fornisce qualcun altro). Perché i media internazionali, di concerto, hanno dunque deciso di farla diventare il simbolo dell’ambientalismo (lo ribadisco: dell’ambientalismo politicamente corretto)? Più precisamente: chi ha voluto sfruttare la sua immagine (la ragazza, per inciso, è anche affetta dalla Sindrome di Asperger) per toccare il cuore di milioni di persone per una causa apparentemente buona e giusta? In sintesi: “cui prodest?”.

Se andiamo al sodo vediamo che l’essenza del messaggio della Thunberg, o meglio il messaggio che viene veicolato dai media è uno e solo uno: “l’uomo è il cancro del pianeta. Siamo in troppi. Occorre ridurre la popolazione, porre controlli più severi, accentrare sempre il potere nelle mani di chi già comanda per salvare il pianeta, ecc.”. Non è la ragazzina che dice queste cose, è ovvio, ma il messaggio che passa nell’inconscio della psiche collettiva è quello: occorre ridurre la popolazione, porre controlli più severi, accentrare sempre il potere nelle mani di chi già comanda, ecc.

Sarà un caso, ma questo messaggio collima perfettamente con i piani di controllo del clima, depopolamento, deindustrializzazione, impoverimento delle masse, ecc., portati avanti da quei poteri forti che controllano non solo i media ma anche l’economia e la finanza, l’emissione di denaro (a debito), il comparto medico/farmaceutico, quello dell’istruzione, dell’energia, del cibo (ogm e non), delle sementi e così via. Insomma, quei circoli di potere mondialisti che controllano il pianeta e affamano intere popolazioni mondiali mandandone al tempo stesso sul lastrico altre (vedi Grecia, e l’Italia è sulla buona strada). Si commuovono per la ragazzina ma a quanto pare non versano una lacrima per i 25.000 morti di fame, sete e malattie correlate di cui sono direttamente responsabili con le loro decisioni prese attraverso il FMI, la World Bank, la UE ecc., che controllano direttamente.

LE VERE RAGIONI

Che il pianeta stia avviandosi verso una catastrofe ambientalista è innegabile. Come potrebbe essere altrimenti se pensiamo allo stile di vita consumista di poco meno di un terzo della popolazione mondiale (più di due miliardi di deficienti consumisti, che saremmo noi occidentali), più un altro terzo la cui aspirazione è di diventare un deficiente consumista, mentre l’ultimo terzo muore di fame o ci va vicino? Non possono esserci dubbi che siamo di fronte ad una catastrofe ambientale. Anzi, ci siamo nel bel mezzo: deforestazione, estinzione di specie animali, inquinamento di terre, acque e aria, isole di plastica che vagano per gli oceani e via dicendo. Nessuno lo nega certamente. Ma non si può predicare da un lato la riduzione delle emissioni mentre dall’altro non si fa altro che promuovere uno stile di vita consumista che si basa sul Nulla (tutto ciò che compriamo è del tutto inutile al nostro benessere. Anzi, ci fa stare peggio) e non si fa altro che rompere i coglioni con pseudomanovre economiche che dovrebbero rilanciare la crescita ed i consumi.

I nostri stili di vita iperconsumisti sono la prima causa della catastrofe ambientale, epperò non vengono mai messi in discussione (servono a tenere buone le masse con i Black Friday). La visione della vita capitalista/idiota/consumista non viene mai messa in discussione. Ci ha provato qualche anno fa quel grande uomo che risponde al nome di Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay, con uno straordinario discorso all’ONU nel 2013 in cui criticava, appunto il non senso dello stile di vita consumista. Ebbene, il vecchio Pepe ha ricevuto qualche tiepido applauso di circostanza ed è finita lì. Potevano candidare lui al Nobel (se penso che lo hanno dato ad Obama alle buone intenzioni!). Ma ecco che invece, bum, al Nobel candidano Greta Thunberg.

LA BUFALA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE

Sono moltissimi gli scienziati non allineati che hanno smontato la bufala del riscaldamento globale (citiamo i nostri Zichichi e Rubbia, per non tirare fuori lo scandalo, passato sottotraccia ovviamente, delle email della University of East Anglia relative a dati contraffatti). In realtà non c’è nessun riscaldamento globale in atto. Il fatto è che i riscaldamenti globali (seguiti da periodi di freddo/glaciazioni) ci sono sempre stati anche in passato quando l’attività industriale era ancora là a venire e l’essere umano non era ancora quel cancro che effettivamente è. Invece che di riscaldamento globale dovremmo invece parlare forse un po’ più seriamente di cambiamenti climatici indotti; che sono ben altra cosa: nevicate mai viste fuori stagione, alluvioni, terremoti, tornado e uragani, piogge torrenziali seguite da siccità prolungate. Questi fenomeni che si sono estremizzati negli ultimi anni sono perlopiù man made attraverso quelle operazioni di ingegneria climatica volgarmente dette scie chimiche (ma non solo le scie). Quale lo scopo? Indurre shock e paura nelle popolazioni per poi far accettare le soluzioni proposte dai Poteri Forti. Si chiama P-R-S (problema, reazione, soluzione) ed è uno schema sempre valido (pensiamo all’11 settembre e alle guerre e alla militarizzazione della società che ne sono seguiti).

Come ben scrive l’amico Marcello Pamio “il Global Warming non è altro che un Cavallo di Troia per scopi tutt’altro che ambientalistici o naturalistici”. I fini che si perseguono sono altri, in primis un controllo sempre più autoritario sulle popolazioni e la riduzione delle popolazione mondiale.

Del resto questi, guarda un po’, sono gli stessi obiettivi primari di quei circoli di potere che controllano il pianeta e che si rifanno in prima battuta alle teorie malthusiane e del darwinismo sociale.

Il problema del riscaldamento globale, dei buchi nell’ozono, ecc., sono stati introdotti guarda un po’, dal famoso Club di Roma* con il testo catastrofista “I limiti dello sviluppo” che divenne la Bibbia dei movimenti ambientalisti mondiali. Solo qualche anno dopo, in una delle sue pubblicazioni, il Club di Roma si espresse così: «Alla ricerca di un nuovo nemico che ci unisse, giungemmo all’idea che l’inquinamento, la minaccia del riscaldamento globale, mancanza d’acqua, la carestia e cose del genere fossero adatte». Tutto chiaro?

OWNING THE WEATHER

Il problema del clima è dato in realtà da una precisa volontà di controllo del clima, volontà esplicitata nel famoso documento “Owning the weather by 2025” presentato alla US AIR FORCE dal Center for Strategy and Technology già nel 1996. E qui occorre tirare in ballo la geo-ingegneria climatica e le armi ad energia diretta date da HAARP e simili. Possibile mai che in mezzo a tutti i problemi che abbiamo con l’ambiente le scie chimiche non c’entrino nulla? A cosa servono le scie? A schermare i raggi del Sole per non far aumentare le temperature sul pianeta? O forse a schermarli perché il Sole (fonte di Vita) fa male e ci fa venire il cancro alla pelle (invece le creme ad alta protezione solare piene zeppe di nanoparticelle che milioni di imbecilli si spalmano quelle no, non fanno male)? Forse che le scie sono innocue? Ma se lo sono, perché allora spruzzarle quotidianamente?

Qualche dubbio? Noi siamo ragionevolmente certi che se Greta Thunberg avesse scioperato davanti al parlamento svedese con un cartello recante la scritta “Stop chem trails, di certo non sarebbe stata invitata al vertice sul clima delle Nazioni Unite, non sarebbe stata invitata a parlare al Forum di Davos, i potenti non si sarebbero prostrati ai suoi piedi, non avrebbe ricevuto il baciamano dello spregevole Jean Claude Juncker, Matterella (sigh!) non avrebbe lanciato l’allarme ambiente citando la ragazzina svedese, ma soprattutto, ne siamo certi, non sarebbe stata candidata al Nobel per la Pace.


Solamente le proteste vuote o che fanno comodo al Sistema vengono rilanciate dai media e vengono appoggiate da tutti gli schieramenti politici. Gli Indipendentisti catalani vanno in prigione e la Thunberg si prende il Nobel. E chi segue la Thunberg, ne siamo certi, son gli stessi che gridavano “Yes. We can!” inneggiando a Barack Obama.

*Il CLUB DI ROMA è una fondazione “ambientalista” voluta dai Rockfeller e costituita a Villa Serbelloni (Bellagio, Como) di proprietà dei Rockfeller, il cui scopo era di organizzare la propaganda sulla crisi ambientale in ottica catastrofista per giustificare la centralizzazione del potere, la soppressione dello sviluppo industriale sia in Occidente che nel Terzo Mondo ed il controllo della popolazione mediante l’eugenetica.


Shit Syndrome: la nuova sindrome “della vita di merda”

Adolescenti e suicidi: statistische allarmanti |

Secondo l’ultimo studio dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza tra il 2015 e il 2017 sono quasi raddoppiati i tentativi di suicidio da parte degli adolescenti, passando dal 3,3% al 5,9% rispettivamente. Per 6 adolescenti su 100 che si tolgono o provano a  togliersi la vita (un numero già di per sé enorme), ce ne sono altri 50 che stanno male, che sono tristi o depressi o che semplicemente non riescono a dare un senso alla loro vita.

Il fatto che questi numeri riguardino degli adolescenti è particolarmente scioccante perché l’età che va dai 14 ai 18 anni dovrebbe essere l’età dei sogni, delle aspettative e dell’entusiasmo per la vita.

Continuando ad analizzare lo studio scopriamo che a suicidarsi (o a tentare il suicidio) sono soprattutto gli uomini (69.763 contro 21.472 totali), il che per inciso conferma ciò che ho sempre sostenuto, e cioè che la donna è più forte, più stabile, più centrata, più preparata ad affrontare la vita.

Il suicidio non si può far risalire ad una sola causa specifica (che può fungere al massimo da detonatore) ed è invece ragionevole parlare di una serie di concause che si manifestano in un malessere ampio e generalizzato (e profondo) che poco alla volta penetra le anime dei ragazzi (soprattutto di quelli più sensibili). Meno ancora esso rappresenta il frutto di un raptus momentaneo, bensì l’atto ultimo ed estremo di questo malessere radicato da tempo e già manifestatosi attraverso svariati campanelli di allarme (evidentemente non colti).

| Shit Syndrome: Sindrome della vita di merda |

Uscendo dai confini nazionali e “giovanili”, due recenti studi (uno statunitense e uno inglese) hanno individuato che la prima causa di morte tra i maschi americani under 50 sarebbe la cosiddetta “Shit Syndrome”. Che cos’ è dunque la “Sindrome della vita di merda”?

Il premio Nobel Angus Deaton, autore della ricerca assieme alla moglie Ann Case, la definisce, forse non elegantemente ma con indubbia efficacia, come la «percezione e l’esperienza di vivere una vita di merda».

Questa percezione, la sensazione cioè che la propria vita non valga nulla e non abbia un senso, produrrebbe nell’individuo una sorta di resa progressiva che lo portano a «sedentarietà, passività, stasi psicologica, alimentazione con cibi junk e iperdolcificati, droghe e così via».

Il tutto mina le difese immunitarie dell’organismo facendolo poi cadere in una spirale di «medici, analisi, controlli, farmaci» che non fanno altro che indebolire ulteriormente la persona fino a portarla a una morte prematura.

Negli USA gli allarmi sulla Shit Syndrome si moltiplicano e Chris Christie, ex governatore del New Jersey che ha anche tentato la scalata alla Casa Bianca nel 2016 tra le fila dei repubblicani, ora Presidente della speciale “Commissione da oppioidi” ha urlato la propria preoccupazione direttamente a Trump: «La nostra gente sta morendo, Presidente».

Per inciso Trump, come primo intervento per tamponare il fenomeno ha chiesto una legge per poter comminare multe pesantissime ad alcuni produttori di farmaci per “politiche commerciali spregiudicate”, frenato però  dal Dipartimento di Giustizia (o più correttamente dall’attività lobbystica delle multinazionali del farmaco all’interno del Dipartimento di Giustizia).

| Il trionfo della morte sulla vita |

Non c’era bisogno dello studio dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza né di quelli d’oltreoceano sulla Shit Syndrome per capire ciò che è perfettamente ovvio.

Anzitutto che viviamo in una cultura dove assistiamo al trionfo della morte sulla vita (basterà pensare che per chi vuole farla finita è sufficiente digitare su Google “Come suicidarsi” per trovare consigli su “Come morire serenamente” o “Metodi di suicidio non dolorosi” e così via).

Ma soprattutto il mondo moderno, con le sue superficialità fatte di materialismo e consumismo sfrenato, idolatria di personaggi  (cantanti, attori, ora anche sportivi, partecipanti ai reality show e addirittura social influencer) vuoti e spesso autodistruttivi, e un più generale progressivo allontanamento dalla realtà quotidiana, non fa altro che sostituire valori tradizionali (ad esempio quello della famiglia, del crescere i figli, l’idea del lavoro come base per costruire il futuro, proprio e delle generazioni a seguire) con il Nulla.

I tempi del consumo, le vetrine dello shopping, il vuoto dei social e delle augmented realities e più in generale di quell’universo tecnologico che abitiamo (che siamo costretti ad abitare) e che ci stritola sempre di più come un coniglio tra le spire di un boa contractor, non hanno tanto esacerbato il malessere quanto lo sono essi stessi; rappresentano, nel loro insieme, la vera causa dei suicidi e della “Sindrome della vita di merda”.

| Dal non avere nulla, al nulla |

Ancora solo pochi decenni addietro la gente aveva pochi riferimenti e certamente molto più limitati (non si era ancora nell’universo globale e artificiale contemporaneo), la mentalità era più chiusa ma i valori c’erano ed erano più solidi. E questi riferimenti e questi valori, rappresentavano le fondamenta sulle quali vivere.

Due settimane fa in aereo ho conosciuto un argentino sulla quarantina cresciuto a Fuerte Apache, uno dei quartieri più malfamati e pericolosi di Buenos Aires. Le sue parole mi hanno fatto molto riflettere:

«È stata un’infanzia difficilissima. In casa c’era poco da mangiare e se avevo fame dovevo arrangiarmi da solo. E per i miei amici era la stessa cosa. Del resto non era qualcosa di cui si parlava; era così e basta. E comunque lì non ti senti povero perché tutti sono poveri. Però c’erano droga, rapine, pistole e coltelli e ogni tanto qualche morto. Faceva tutto parte della nostra vita. Ma la gente si aiutava e noi bambini eravamo sempre fuori in banda. Tutto sommato mi sento di dire che sono stato fortunato, che ho avuto un’infanzia felice».

Sono parole e concetti forti, me ne rendo conto. Ma che devono spingerci a  riflettere. Meglio questo o il vuoto che circonda i nostri adolescenti? E soprattutto, possibile che non si trovi una via di mezzo?

Vivere senza lavorare | n°1: perché iniziare a vivere fuori dalle logiche del consumo e del denaro

Una truffa per tenerci schiavi

Vivo senza lavorare dal 2004, da quando cioè presi netta coscienza che l’intero meccanismo economico, di cui quello lavorativo è parte fondante, non è altro che una truffa per tenerci schiavi. Non è un modo di dire. È la piena e pura verità.

Da allora ho una vita bellissima (per onestà devo dire che anche prima la mia vita non era male. Ho sempre avuto questo senso del vivere senza programmare troppo che mi faceva sentire vivo), intensa, entusiasmante, piena di sorprese, ma non per questo facile, senza dubbi, paure e momenti difficili.

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Ci sono difficoltà, non tutto è rose e fiori. Anzi. Ma ho una vita vera che in gran parte mi scelgo anziché subire quella imposta dal Sistema. Come cantava Pierangelo Bertoli:

alla fine della strada, potrò dire che i miei giorni li ho vissuti”.

In soldoni, al netto di tutto, si tratta di sentirsi vivi e protagonisti della propria vita.

Quando iniziai a lavorare…

Ho iniziato a lavorare in proprio nel 1989 che ancora non avevo compiuto venti anni, e mi sono cimentato in svariate attività, sia in Italia che all’estero, sempre e solo per puro spirito di avventura. Ero sveglio, sapevo muovermi, avevo entusiasmo. Perlopiù aprivo attività “innovative”.

Sono partito con un po’ di risparmi che avevo messo da parte facendo le stagione estive come cameriere e bagnino da quando avevo quattordici o quindici anni, e un prestito di dieci milioni di lire da parte dei miei genitori (prestito restituito dopo 3 mesi). Da allora ho sempre camminato sulle mie gambe.

Lo schema era semplice
1) Mi veniva in mente qualche nuova idea;
2) Mi buttavo senza pensare (niente studi di fattibilità né business plan).

Cominciavo ad investigare, ad avviare contatti, poi si lavorava per aprire, c’era il lancio. Fin qui tutto bene perché ero sempre carico di entusiasmo per la novità.

Poi l’attività andava gestita nel quotidiano ed io, dopo un po’, soprattutto se le cose andavano bene, perdevo slancio. Ho sempre avuto problemi a gestire il quotidiano: era sempre la solita cosa, non mi interessava più. A quel punto o vendevo, o svendevo (“Vale 10? Dammi 5 che va bene lo stesso”) o addirittura (mi è capitato anche questo) regalavo. A quel tempo ero una macchina di idee e immediatamente dopo mi lanciavo in qualche altra avventura imprenditoriale.

Imprenditore seriale… senza interesse per i soldi

Dei soldi non mi è mai importato nulla e questa è stata la mia salvezza. Tanto per capirci sono passato nel giro di pochissimi mesi dal gestire una catena di dodici yogurterie, a un fast food all’italiana a Sint Marteen nelle Antille olandesi, a fare consegne di pizza a Brooklyn perché nel frattempo avevo perso tutto per vicissitudini varie che non sto qui a ripercorrere.

Del fatto che fino al giorno prima fossi un imprenditore seriale non mi importava nulla. Avevo perso tutto, ricominciavo dalle consegne di pizza (facevo anche il cameriere ai matrimoni). Sempre tutto con lo stesso entusiasmo, spirito di avventura e amore per la vita. Ciò che contava era l’entusiasmo con cui vivevo e non i soldi che facevo.

Proprio perché l’aspetto economico è sempre stato per me del tutto secondario, di soldi ne ho sempre fatti a sufficienza ma mai “troppi”, neppure quando avrei potuto. Del resto non me ne importava nulla. Non mi sono mai arricchito e anche da imprenditore ho sempre messo la libertà al primo posto. Del resto per vivere ho sempre necessitato di molto poco e anzi ho sempre avuto la netta percezione che più cose hai più cose hai di cui preoccuparti: non sei tu a gestire cose, case, attività, soldi, ma loro a gestire te. Feci l’imprenditore per divertimento (come qualcuno mi definì all’epoca) per una quindicina d’anni.

Nel 2004 la mia vita cambiò. Nella primavera di quell’anno iniziai a capire cose che oggi sono forse banali e scontate per molti ma che allora non lo erano (almeno per me).

Ma chi paga la crescita economica?

La prima cosa di cui presi profonda coscienza è che l’economia implica necessariamente distruzione della natura, devastazione, inquinamento. Quindi se vogliamo che l’economia cresca, contestualmente vogliamo anche più distruzione della natura, più devastazione, più inquinamento. Questo non era ciò che volevo e nel mio piccolo decisi di starne fuori il più possibile.

La seconda cosa è che l’economia implica perlopiù sfruttamento di esseri umani, spesso bambini (che non sono meno bambini dei nostri). Quindi se vogliamo che l’economia cresca, contestualmente vogliamo anche più sfruttamento di altri uomini/donne/bambini. Anche per questo decisi di starne fuori il più possibile.

Poi capii che la crescita economica, spacciata come panacea di tutti i mali e sinonimo di benessere, è una stro***ta intergalattica. E qui c’è poco da aggiungere.

Infine mi parve chiaro che l’economia capitalista di mercato implica, ipse dixit, l’infelicità umana.

In parole povere l’economia funziona se siamo infelici e non felici, perché l’uomo, se è felice, non compra oggetti (o servizi) di cui non ha alcun bisogno. Lo fa, al contrario, se non lo è. Lo fa, al contrario, se deve gratificarsi o alzare la propria autostima esibendo qualche status symbol. Quindi se vogliamo che l’economia cresca, contestualmente vogliamo (nel senso di “accettiamo di”) essere più infelici.

Chi vuole essere infelice? Io no, e anche questa consapevolezza fece sì che decisi di mettere l’economia il più possibile fuori dalla mia vita.

CONTINUA…

Nuove direttive scolastiche dell’Unesco per l’educazione sessuale dei nostri figli

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Nuove direttive scolastiche dell’Unesco per l’educazione sessuale dei nostri figli

21 febbraio 2019 / di  Andrea Bizzocchi    

Agenda 2030: strumento di controllo?

Chi sa cos’è l’Agenda 2030?Ufficialmente è il programma politico dell’ONU per il bene delle popolazioni. In realtà l’Agenda 2030 è uno degli strumenti che l’ONU (o meglio chi sta dietro e manovra l’ONU) utilizza per riorganizzare la società in funzione della tecno-dittatura orwelliana prossima ventura, (peraltro già in avanzatissima fase di realizzazione).

Ormai un anno fa (febbraio 2018), all’interno dell’Agenda 2030, l’UNESCO (il cui primo direttore fu Julian Huxley, eugenetista e fratello di Aldous Huxley, autore de Il mondo nuovo), che è l’agenzia “culturale” dell’ONU, ha valutato di somma importanza fornire nuove direttive per l’educazione sessuale  delle nuove generazioni, a partire dall’asilo e per l’intero ciclo delle scuole dell’obbligo in ambito UE.

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OVERTON, GENDER X, PUGILI TRANSGENDER, BABBO NATALE TRANSGENDER… TUTTI TRANSGENDER

DISTRUGGERE L’IDENTITÀ SESSUALE DELL’UMANITÀ (DOPO AVER DISTRUTTO TUTTO IL RESTO)

Le eminenze grigie che governano il pianeta e la manovalanza di bassa lega (i media mainstream per essere chiari) di cui si avvalgono, stanno lavorando alacremente per la piena riuscita dell’operazione “annientamento identità sessuale” in tempi rapidi. Siamo al terzo livello della finestra di Overton (ma a brevissimo saremo alla 4, 5 e 6), quella in cui scendono in campo giornali, rivista di moda, programmi (pseudo)culturali di approfondimento in tv, opinionisti e chi più ne ha più ne metta.


Della finestra di Overton ho scritto più volte ma forse è bene ripetersi. Joseph P. Overton (1960-2003), era un sociologo ex vice-presidente del centro d’analisi americano Mackinac Center for Public Policy con sede in Michigan, ed elaborò questo modello di ingegneria sociale nei primi anni ‘90. Sosteneva Overton (a buon titolo) che attraverso 6 differenti passaggi temporali è possibile cambiare radicalmente l’opinione di una società relativamente ad una data idea/ideologia ritenuta prima inaccettabile. Continua a leggere

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