Vivere senza lavorare | n° 5: piccola guida alla felicità

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Vivere senza lavorare | n° 5: piccola guida alla felicità

La responsabilità di essere felici

Qualunque essere umano al mondo nasce felice.

La felicità e la gioia di vivere sono la condizione naturale di noi umani (e anche, con modalità differenti ovviamente, degli animali). La stragrande maggioranza di noi, sotto il peso opprimente del mondo sviluppato, modernizzato, burocratizzato, ipertassato, artificiale, schiavizzato, che abitiamo, perde questa inclinazione naturale dopo pochi anni di vita.

 

Ogni bambino nasce puro e gioioso e mantiene questa condizione fino a quando i condizionamenti e le imposizioni della società diventano troppo pressanti (il che accade normalmente intorno ai 6 anni di età, cioè, per essere chiari, quando entra in quella prigione chiamata scuola). Queste imposizioni ci condizionano lasciando dentro di noi un vuoto che, con il passare del tempo, cresce a dismisura.

Da quella naturale gioia di vivere con cui siamo venuti al mondo, passiamo in poco tempo alle malattie e allo stress, alle fobie di ogni genere, alla depressione…

Le dinamiche che ci hanno portato dove siamo ora sono numerose e si intersecano tra loro, ma alla base di tutto c’è il nostro relazionarci sempre meno con ciò che è vivo (altri umani, animali, il bosco, il mare, il vento, ecc.) e sempre più con ciò che è morto (tablet, smartphone, tv, videogiochi, abiti, ecc.).

Poiché infatti noi umani siamo vivi, per stare bene abbiamo bisogno di rapportarci con ciò che è vivo. Se ci rapportiamo invece con ciò che è morto, progressivamente ci spegniamo fino a “morire” anche noi (si è infatti “morti” anche da vivi, che è la condizione della maggior parte di noi, anche se non ne siamo consapevoli).

 

La felicità sta nell’emisfero destro…

 

Un bambino è perfettamente felice giocando con nulla: con un pezzo di legno, una pallina, una corda, arrampicandosi su un albero, al mare e così via.

Questa non è una cosa strana ma la assoluta normalità, perché quel pezzo di legno, quella pallina, la corda, un albero su cui arrampicarsi, il mare e così via sono tutto ciò di cui ha bisogno per essere felice e innamorato della vita. E difatti lo è.

Un bastone diventa una spada, con la spada si diventa cavalieri e dal cavaliere la mente del bambino si inventa un destriero.

Con quel destriero il bambino volerà in altri mondi sulle ali della fantasia (e anche questa è/dovrebbe essere cosa perfettamente naturale). Quando il bambino vola sulle ali della fantasia sta utilizzando, e con ciò sviluppando, l’emisfero destro del proprio cervello, che è quello preposto alla fantasia, al sogno, all’immaginazione e via dicendo.

Tutte cose che sono il substrato della felicità e della gioia di vivere. Apriamo una breve parentesi: i programmi scolastici non fanno altro che sopprimere l’emisfero destro del nostro cervello per sviluppare quello sinistro (che è invece preposto alla logica, al calcolo, al raziocinio e così via, cose che dalla gioia di vivere sono distanti anni luce).

Chi sono le persone più felici?

Chi ha viaggiato anche solo poco nei cosiddetti paesi “poveri” (che poveri non sono, e se lo sono è solo perché siamo noi che li abbiamo ridotti così), se è onesto con sé stesso, sa benissimo, perché lo ha visto con i propri occhi, vissuto con il proprio cuore, che quei bambini sono più felici dei nostri.

E di conseguenza lo sono anche gli adulti.

Le popolazioni considerate più felici al mondo sono i !Kung (i boscimani del Kalahari) e gli Hadza (che abitano la regione del lago Eyasi, nel Nord della Tanzania).

Sono entrambe popolazioni nomadi che vivono in unione simbiotica con l’ambiente naturale in cui trascorrono pacificamente la loro esistenza (ambiente vivo e non artificiale). Le loro società non hanno divisioni di classe, nessuno gli dice cosa devono o possono fare, ma soprattutto sono liberi di beni materiali, obblighi sociali, non devono timbrare cartellini, non hanno bollette, tasse, traffico. Per forza che stanno meglio…

La progressiva modernizzazione – e tecnologicizzazione – della nostra società (che ha sostituito il mondo vivo della natura con quello inorganico dell’urbe e della tecnologia) ha ovviamente allontanato progressivamente i bambini (e noi adulti) da ciò che è vivo, costringendoli a vivere la gran parte della loro vita in delle scatole (la casa, la scuola, il centro danza, McDonald’s, il centro commerciale e così via).

Vivere da schiavi per appagare bisogni indotti

Vivendo in delle scatole, le nostre menti sono diventate a loro volta delle scatole, cioè  dei contenitori vuoti da riempire di tutto il ciarpame che ci propina il Sistema. La tv, le pubblicità, internet, i social e via dicendo, fanno esattamente questo: condizionano le nostre menti, soprattutto quelle più vergini e plasmabili dei bambini, creando una serie infinita (letteralmente) di bisogni indotti che in quanto tali non sono reali.

Sono bisogni che non conoscevamo, che non sapevamo di avere e di cui difatti non sentivamo affatto la mancanza prima che li inventassero e ci convincessero del contrario.

Ma una volta inventati e poi introdotti nella società, dopo poco non sappiamo più farne a meno.

Questi falsi bisogni, questo superfluo, queste bugie della pubblicità e della società dei consumi, sono in agguato 24 ore al giorno e 365 giorni all’anno. Per tutta la nostra vita, fanno parte della nostra vita, diventano la nostra vita.

Per soddisfare questi bisogni falsi, indotti, irreali, siamo costretti a lavorare da schiavi 8 ore al giorno per tutta la vita.

Consideriamo tutto questo normale: lavorare e poi passare la vita a spendere quei soldi che abbiamo guadagnato da schiavi per perpetrare la nostra schiavitù.

Quanta debolezza, quanta disistima, quanta sofferenza, alberga dentro un ragazzo che fa un giorno di fila in strada per assistere al lancio del nuovo modello di i-Phone? Non basta, per comprare quell’i-Phone magari si indebiterà pure e poi passerà il resto della propria vita a pagare con gli interessi (in tutti i sensi) quell’acquisto inutile.

E poiché il meccanismo è subdolo e spietato, questi falsi bisogni di cui siamo schiavi, ne producono altri a catena, in un vortice folle che travolge tutto e tutti: ambiente, animali, noi stessi.

Ma non importa, la parola d’ordine è crescere, andare avanti, non fermarsi mai. Soprattutto non fermarsi mai: non fermarsi mai a riflettere, a ragionare, a cercare di capire da dove viene questo malessere profondo che colpisce ormai quasi tutti, a tentare di indagare il senso di tutto ciò.

 

Tutto ciò non ha senso, e il nostro sé bambino lo sa benissimo…

 

Quei bambini siamo noi, adesso, anche se abbiamo cinquanta, sessanta, settanta anni; ed è una nostra precisa responsabilità uscire da tutto questo. Sì, è una nostra precisa responsabilità, perché al punto in cui siamo mi pare evidente che non c’è né ci sarà mai alcun astratto e fumoso diritto alla felicità ad attenderci (così come non esiste un diritto alla salute, bensì una responsabilità di stare bene), ma piuttosto una nostra precisa responsabilità di essere felici.

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